Il ritiro degli operatori pastorali
Il ritiro d’inizio anno degli operatori pastorali lancia il tema del cammino, in un clima di riflessione, confronto e preghiera. Sabato 16 settembre l’abbiamo vissuto in due tempi: il primo proposto da don Giuseppe con alcune suggestioni sul brano di Genesi 26,15-33, e il secondo con don Paolo Carrara intorno al tema del Sinodo.
Un racconto di Dino Buzzati, I sette messaggeri (1942) è fatto di un monologo: il protagonista è un principe che è in viaggio da più di otto anni dopo aver lasciato la casa del re, suo padre, e la capitale del suo vastissimo regno, alla ricerca della frontiera di quello stesso regno. Egli racconta di essere partito a trent’anni e, ora che ne ha trentotto, si rende conto che non ha raggiunto nessuna frontiera, nessun confine, e che la distanza dalla casa del padre è sempre più incolmabile. Per prudenza egli aveva preso con sé ben sette messaggeri che facessero la spola tra lui e la capitale per poterlo tenere informato sulle novità che si sarebbero verificate, e per poter far conoscere al padre ciò che gli stava capitando. I sette messaggeri sono descritti dal protagonista con ammirazione:
Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare. Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio.
Nonostante l’apprezzamento nei loro confronti, ben presto il principe si accorge che il loro servizio diventa un’opera inefficace e, in fondo, incapace di centrare l’obiettivo per cui egli l’aveva voluta. Infatti, le distanze si fanno sempre più grandi e il viaggio dei messaggeri – da dove si trova il principe alla capitale e ritorno – richiede tempi sempre più lunghi e in definitiva insostenibili:
Otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all’alba.
Ripartirà per l’ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere.
Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera. il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.
Eppure, va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio.
Ecco come si conclude il racconto:
Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate, che scomparirà all’orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l’inutile mio messaggio.
Una prima provocazione ci arriva dal messaggero che porta un messaggio inutile perché intempestivo, e capace, al massimo, di far sorgere un po’ di nostalgia: non è forse un’immagine che ci interpreta? Nel racconto di Buzzati Domenico è l’ultimo che va verso la capitale. Gli altri andranno avanti al principe.
Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precederci, affinchè io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende. Bisogna onorare la fiamma, non la cenere.
Non è ciò che si sta tentando di fare, pensando la parrocchia del futuro?
Le altre suggestioni proposte al mattino sono state prese da Introduzione al cristianesimo dell’allora teologo Joseph Ratzinger, con la figura di un clown che corre in paese a chiedere soccorso perché il circo si è incendiato: Nessuno gli crede vestito così, anzi vedono in lui una bella trovata pubblicitaria.
Forse abbiamo già provato la sensazione che le persone non capissero la serietà e l’importanza del discorso cristiano che viene proposto. Quando questo capita, si può provare rabbia, impotenza, senso di colpa… Oppure – eppure – ci viene chiesto di cambiarci abito, di togliere il trucco, di convertirci.
E poi la figura di donna Prassede, ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: una donna che pensa di possedere la verità e per questo ha già giudicato la povera Lucia, imponendo la soluzione dei problemi partendo da idee che in realtà sono pregiudizi. Donna Prassede è colei che fa del deposito della fede e della tradizione un monolite, una vera e propria ideologia per cui pensa di aver capito tutto, di conoscere e giudicare, per poi poter dire in totale sicurezza agli altri che, se non vogliono capirla, è perché hanno bisogno che gli si debba raddrizzare il cervello…
Su questo terreno, abbiamo poi ascoltato e meditato il testo di Genesi. All’interno di situazioni abbastanza normali nelle relazioni fra i pastori, specie quando si tratta di pozzi, troviamo nel racconto implicazioni molto originali: si tratta della maturazione della personalità di Isacco, che era rimasto forse troppo condizionato dai suoi genitori. Questa maturazione non passerà attraverso la semplice custodia dei segni del padre Abramo – i pozzi – ma attraverso l’esercizio di un’autonomia esplorativa e di un nuovo modo di vivere come erede, esercitando l’arte di scavare pozzi. Il sottotitolo che accompagna il nostro anno pastorale è infatti: stanchi di camminare si misero a correre, non per un affanno ingiustificato ma per uno scavo in profondità.
Nel pomeriggio, don Paolo Carrara ha fatto il punto della situazione sul Sinodo, strutturato in tre fasi: narrativa (2021-2023), sapienziale (2023-2024) e profetica (2024-2025). La fase sapienziale, nella quale siamo entrati, ha il compito di individuare le scelte possibili, preparare delle proposte da condurre alla fase profetica. Il discernimento sarà operativo, ossia indirizzato alla conversione personale e comunitaria dei discepoli di Gesù, di noi tutti. Il punto chiave per questo discernimento è lasciarsi ispirare dallo stile del Maestro: il suo modo di incontrare le persone, di camminare con loro, di accompagnarle e prendersene cura – in un’espressione, di fare sinodo – è il criterio guida per ogni azione pastorale.
La fase narrativa, a livello nazionale, aveva individuato cinque macrotemi:
la missione secondo lo stile di prossimità,
il linguaggio e la comunicazione,
la formazione alla fede e alla vita,
la sinodalità permanente e la corresponsabilità,
il cambiamento delle strutture.
Da questi, la Chiesa di Bergamo estrapola cinque stelle che saranno affrontati nei gruppi di discernimento:
Stella 1) legami: relazioni e famiglie nella comunità cristiana,
Stella 2) spiritualità: cura della vita spirituale e liturgia nella comunità cristiana,
Stella 3) preti: il prete nella comunità cristiana,
Stella 4) responsabilità: la partecipazione della comunità cristiana,
Stella 5) interazioni: la parrocchia, ma non solo la parrocchia.
In Comunità abbiamo già cominciato ad affrontare questi temi con il Consiglio Pastorale, cercando così di vivere lo stile sinodale che, come dice papa Francesco, non è un bel parlamento cattolico, ma la presenza dello Spirito che, con la preghiera, il silenzio e il discernimento, aiuta la Chiesa a camminare oggi nella via del Vangelo.


