Pellegrinaggio Pastorale: la lettera di restituzione del Vescovo

6 Gennaio 2025 | Alla porta

Una comunità fraterna, ospitale e prossima

Al termine del suo Pellegrinaggio Pastorale nelle due Fraternità della nostra Comunità Ecclesiale Territoriale, il vescovo Francesco ha inviato a tutte le parrocchie coinvolte la sua lettera di restituzione, che di seguito riportiamo integralmente.

Alle Parrocchie delle Fraternità Presbiterali 1-2
della Comunità Ecclesiale Territoriale 11 Ghisalba-Romano-Spirano

Bergamo, 6 gennaio 2025
Solennità dell’Epifania del Signore

Care sorelle e fratelli, cari sacerdoti, agli inizi di dicembre ho concluso il mio Pellegrinaggio nelle parrocchie della Comunità Ecclesiale Territoriale 11 di Ghisalba-Romano-Spirano, distribuite in due Fraternità Presbiterali. Un itinerario iniziato agli inizi di ottobre, che mi ha permesso di incontrare tutte e ventuno le parrocchie presenti sul territorio.
La prima parola che desidero giunga a tutti voi è Grazie. Lo stupore per l’affettuosa accoglienza e la meraviglia per la testimonianza della vostra fede, sono il dono prezioso che mi avete consegnato e che arricchisce non solo il mio servizio alla nostra Diocesi, ma anche il mio cuore e la speranza che lo abita. Per concludere questo Pellegrinaggio mi è necessario ancora un anno e mezzo ma la consistenza dell’esperienza, di più di quattro anni nelle diverse zone della nostra Diocesi, mi conferma che, pure in un tempo di crisi, le nostre comunità distribuite sul territorio sono capaci di esprimere la bellezza della proposta cristiana e la sua capacità di generare e alimentare speranza per tutti.
Abbiamo inaugurato l’anno giubilare dal titolo Pellegrini di Speranza. La vostra Comunità Ecclesiale Territoriale ha indicato come chiesa giubilare la chiesa prepositurale di Santa Maria Assunta e di San Giacomo Maggiore in Romano di Lombardia. Confido che, nel corso dell’anno, molti possano accogliere il grande dono della misericordia di Dio che ci libera da ogni peccato e ci apre il cuore ad una speranza che nulla può mortificare, perché affonda le sue radici in Lui. Ho proposto che in ogni Comunità Ecclesiale Territoriale si organizzi nel corso dell’anno una Manifestazione della Speranza, perché tutti possano avvertire la forza spirituale che scaturisce dal messaggio evangelico e dal dono della grazia di Dio e ne possano attingere la forza morale necessaria a sostenere scelte di bene, di giustizia, di pace che ci sono richieste nel tempo che stiamo vivendo.

La comunità parrocchiale
Il Pellegrinaggio Pastorale ha come meta ciascuna delle nostre comunità parrocchiali, dalle più grandi alle più piccole. Sono convinto che la parrocchia abbia un futuro e proprio per questo deve avere anche il coraggio di mettersi in cammino, coinvolgendo tutti, con lo scopo di rappresentare nel mondo il dono del Vangelo e della vita che scaturisce dalla relazione con Gesù Cristo.
La parrocchia non si esaurisce in un evento, fosse anche il più coinvolgente: è una storia che viene da lontano e va lontano e come ogni storia è tessuta da fili spesso invisibili che ne costituiscono una trama capace di resistere allo scorrere del tempo.
La parrocchia è anche una terra: certamente la mobilità e le appartenenze diverse non prevedono più una insostenibile difesa dei confini. Nello stesso tempo, l’appartenenza parrocchiale a partire da una terra comune genera una condizione che qualifica la comunità cristiana: siamo dei battezzati che si riconoscono a partire dal semplice fatto di abitare vicini, all’insegna dell’antico detto “Gli amici si scelgono, i fratelli si trovano”.
E questa condizione sostiene un’altra caratteristica della parrocchia: essa è un popolo, un popolo chiamato a diventare comunità, una comunità di popolo. La parrocchia non è un’élite, un corpo scelto e specializzato. La condizione fondamentale di appartenenza a questo popolo è il Battesimo. Tanto più cresce questa consapevolezza, tanto più saremo un popolo che rappresenta l’infinita varietà delle esperienze umane ed evangeliche e nello stesso tempo si riconosce accomunato dal dono più grande: la condizione di figli, figli di Dio in Gesù Cristo, generati dallo Spirito nel sacramento del Battesimo.

Una comunità fraterna, ospitale e prossima
È a partire da queste considerazioni che avverto la necessità di offrire al mondo, alle giovani generazioni, alle famiglie e alle persone sole e abbandonate, scartate e mortificate, provate dalla sofferenza e dalla povertà, agli anziani, ai malati, una testimonianza condivisa di fraternità, ospitale e prossima. Negli incontri con i Consigli, i collaboratori, i gruppi con i quali mi sono soffermato, ho raccolto le vostre riflessioni su queste dimensioni della vita parrocchiale e ho cercato di restituire qualche orientamento che potesse alimentarle. Con questa lettera desidero offrirle a tutti.
In un mondo lacerato, frammentato e violentemente conflittuale, in cui la solitudine, l’isolamento e l’abbandono sono sempre più in agguato, ci è richiesta una riconoscibile testimonianza di fraternità. È un’esperienza che non manca alle nostre parrocchie, ma va particolarmente promossa, proprio a causa delle caratteristiche della società contemporanea, sempre più interdipendente e interconnessa e sempre più indifferente e ripiegata su di sé.
Concretamente significa che tutta la vita parrocchiale dev’essere caratterizzata dalla cura delle relazioni. È la bontà delle relazioni che alimenta la speranza: relazioni personali, comunitarie e sociali. Ogni attività, ogni iniziativa dev’essere caratterizzata da questa cura e verificata sulla base di questo criterio. Le relazioni tra sacerdoti; le relazioni tra consacrati e consacrate; le relazioni tra gruppi parrocchiali e tra parrocchie vicine; le relazioni tra le persone che si impegnano nelle opere parrocchiali e le opere stesse; le relazioni con le istituzioni e i mondi sociali del proprio territorio.
La fraternità evangelica non è mai esclusiva, ma assume le caratteristiche dell’ospitalità e dell’accoglienza. Sperimentiamo sempre più spesso dinamiche esclusive, non solo nei confronti dei cosiddetti stranieri: in realtà stiamo diventando estranei e dunque stranieri gli uni con gli altri. L’accoglienza del prossimo, a cominciare dai propri familiari, nella sua diversità è sempre più faticosa e difficile. Emblematica è la dinamica dei social network che, se da una parte sembrano allargare la condivisione al mondo intero, dall’altra si trasformano in recinti riservati a persone del tutto omologate ed esclusive. Proprio per questo, non possiamo dare per scontata l’accoglienza: oggi appare sempre di più un valore evangelico e una scelta coerente al modo di vivere la fraternità secondo il Vangelo. Proprio per questo, l’accoglienza, l’ospitalità, richiedono una forte convinzione e un grande impegno.
Concretamente vi invito a considerare le modalità di accoglienza nei nostri oratori, nei quali la presenza di ragazzi e giovani di altri Paesi, culture e religioni ci interpella sotto questo profilo. Mi sembra un segno da apprezzare e valorizzare l’accoglienza nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole cattoliche di bambini, ragazzi e famiglie di altri Paesi e di tutti coloro che sono portatori di attese che richiedono una particolare attenzione. Ho ammirato l’attività dei diversi centri di ascolto Caritas, parrocchiali e interparrocchiali, non solo per la loro attività, ma per la ricchezza di esperienze e di criteri guida che li caratterizzano. Una particolare attenzione meritano coloro che si rivolgono alla comunità cristiana in occasione delle tappe sacramentali, della malattia o di una prova dolorosa, della morte di una persona cara. A fronte di una crescente diversità di condizioni familiari, la scelta proposta è quella di una fraterna accoglienza, che apra le porte dei cuori e possa avviare percorsi di evangelizzazione dell’amore coniugale e familiare.
Infine, una parrocchia pellegrina di Speranza, che testimonia la fraternità accogliente, avverte l’esigenza di farsi sempre più prossima. Si tratta di una premura evangelica, fatta di attenzione nei confronti degli invisibili, dei dimenticati, degli abbandonati. Si tratta di una reale vicinanza, non mediata dalle organizzazioni della solidarietà, ma vissuta in prima persona. Si tratta di una vicinanza, caratterizzata dalla compassione (avvertire la sofferenza di chi soffre), dalla condivisione (condividere il nostro bene con chi ne è privo), dalla comunione (riconoscere l’altro come immagine di Dio, presenza di Cristo).
Concretamente si tratta di essere presenti nella vita di tutti, di avere sguardi attenti a chi non appare, di esercitare una vicinanza non invadente e soffocante, ma nello stesso tempo premurosa e comprensiva. Si tratta di uscire dalle strutture e dall’organizzazione parrocchiale per condividere le iniziative di solidarietà di istituzioni, associazioni e gruppi, con uno stile che sappia di Vangelo, senza imporlo a nessuno. Sotto questo profilo, il rapporto tra parrocchie e Comunità Ecclesiale Territoriale è particolarmente necessario.

Care sorelle e fratelli, cari sacerdoti, le mie parole non hanno pretese risolutive. Semplicemente vogliono restituirvi la grande ricchezza evangelica che ho raccolto da voi e invitarvi ad accrescerla con convinzione e fiducia.
Siamo pellegrini. Il Vescovo si è fatto pellegrino per incontrare il Signore crocifisso e risorto che sta in mezzo a voi: l’ho incontrato e ve ne sono infinitamente grato.
Buon anno. Buon Anno Giubilare. Buon pellegrinaggio di Speranza.

+francesco